PHOTO GALLERY & REPORTS

The centenary celebrations are now remaining deep in the mind of those who made them reality, enjoy the events in Uganda during 2006 and, through their photos and words, have left a contribution of memory for the other readers all around the world. This section is an attempt to go through again what really happened in June 2006 which has become part of the history of the Rwenzori.


Rwenzori Four steps in paradise-M. Bassano
(Italiano)
Dopo Cento Anni un Petigax sul Rwenzori, by Antonio Vizzi (In Italian)

10th June 2006: Fort Portal and the Historical
Ashers Running
11th June 2007: The warm welcome of the Ruenzururu Kingdom
18th June 2006: The commemorating team climbed the Margherita Peak.
Photos from Craig Richard Canadian Photographer

The Expedition reaches upto Margerita Peak. Courtsy R.Okello

The Expedition reaches upto Margerita Peak. Courtsy R.Okello


RWENZORI 4 PASSI IN PARADISO

Massimo Bassano

Il Monte Stanley, visto dal rifugio Elena. Un massiccio di diverse vette che prende il nome di colui che per primo lo avvistò, dopo secoli che lo si cercava, il 24 maggio 1888. Gli indigeni la chiamavano la montagna di sale non conoscendo ancora la neve. Il fotografo biellese Vittorio Sella ha realizzato le prime fotografie al mondo della montagna. Da quelle immagini storiche, esposte al Museo della Montagna di Torino (www.museomontagna.org ), si evince che i ghiacciai Elena e Savoia si stanno inesorabilmente ritirando mentre la vegetazione verde sale sempre più di quota.

Ore 8.10 del mattino. A due ore dalla partenza dal campo Giuseppe avanza lentamente dietro Deo Lubega lungo la valle di Kitandara. Il passo, dopo tre giorni di marcia nel terreno appesantito dalle piogge, ha un tono lento ma regolare. Non si scambiano molte parole Giuseppe e Deo, non hanno un linguaggio che li accomuna, italiano di Courmayeur il primo e ugandese di Kampala il secondo. Hanno in comune però l’amore per la montagna e il rispetto per quel luogo che stanno percorrendo lentamente. A un tratto, dopo l’ennesimo strappo in salita, giungono su un piccolo altopiano, misero ma suggestivo. Entrambi alzano gli occhi al cielo e restano incantati a guardare. Le nubi hanno scoperto per un istante il grande massiccio. In controluce la figura appare ancora più misteriosa, come solo la leggenda di una montagna sacra può narrare. C’è una montagna sacra in ogni angolo del mondo, in ogni sogno di bambino e di uomo. Giuseppe ha raggiunto la sua. La stessa di suo bisnonno e di suo nonno. Cento anni dopo. Mi infilo nel sacco a pelo. La borsa delle macchine fotografiche mi fa da rigido cuscino. Mi aspetta la quarta notte senza sonno. Giuseppe è al mio fianco. “Anche lo star sdraiati, è riposare – mi ha detto dopo la mia seconda notte insonne”. Da quando ci siamo conosciuti siamo sempre insieme. Tanti anni di sciate in Val d’Aosta non mi hanno mai sortito un amico del luogo così come sta cementando questa avventura africana di pochi giorni. Il vento a 4.400 metri di quota corre leggero, accarezza il tetto di lamiera del rifugio Elena e si confonde con il sordo respiro degli occupanti. Le nubi stanno correndo senza sosta, la grande montagna si mostra e si nasconde in continuazione. Per secoli l’hanno cercata. Nel 150 dopo Cristo, Tolomeo il grande astronomo greco, topo di biblioteca ad Alessandria, la posizionò sulla carta geografica. “Circa meno quasi…qui! Da qui nasce il Nilo, il fiume più importante della storia” sentenziò. Da quel momento l’intuizione dello scienziato, passato di bocca in bocca fino a diventare leggenda, dovette attendere più di 1.700 anni per trovare riscontro. “Tolomeo il visionario”, finché le nubi si sollevarono per un attimo e mostrarono le cime innevate all’esploratore inglese Stanley. Era il 24 maggio 1888. L’insonnia che mi attanaglia in altitudine dà libero sfogo alla mente. Sento i piedi muoversi inconsciamente
come fossero ancora sul sentiero fangoso. Non posso non pensare ai primi esploratori che si sono aperti un varco in questa natura incontaminata. Da Stanley a Joseph Petigax, bisnonno di Giuseppe, passò un altro ventennio. Anni di tentativi andati a male, di spedizioni incompiute finché il valdostano Petigax, guida preferita del Duca degli Abruzzi, trovò la via. Allora come oggi, la natura la fa da padrona. Niente urbanizzazione, poco “traffico pedonale”. Madre Natura è l’attrice incontrastata e, nei secoli, niente è cambiato. La natura stessa ha orchestrato i mutamenti a sonate di piogge torrenziali. Piante che nascono e muoiono, nutrendo senza sosta il terreno dove le spedizioni si sono impantanate fino ad abbandonare sogni di facile gloria. Il vento ha un improvviso accordo metallico, mi domando se è il tetto del rifugio che cede. Ma no, sono i nostri incredibili portatori Bakonjo che stanno preparando la colazione. Giuseppe si muove, è ora di alzarsi, Margherita ci aspetta. La vetta, il sogno che diventa realtà. Appena inizio a galleggiare coi ramponi sul ghiacciaio mi sovviene la fatica delle gambe che affondano, lo sguish dello stivale di gomma che si sfila dal fango e procede verso il passo successivo. Sono legato con la corda di sicurezza a Giuseppe. Mi domando cosa gli passa per la mente mentre ripercorre le orme di nonno e bisnonno. I montanari son di poche parole. Ma gli occhi di Giuseppe, in questi giorni, guardavano sempre nella stessa direzione. Guide alpine loro, guida alpina lui. 80 volte sul Monte Bianco, come andare a messa tutte le domeniche. Poi le montagne più alte di tutti i continenti, ma niente paga come scalare il proprio cuore. Appena 40 metri ci dividono dalla vetta. Sono gli unici che odorano di alpinismo anche se, per permettere ai neofiti l’accesso alla cima, le guide locali hanno da tempo fissato una scala in ferro sulla parete verticale. Mi sistemo lo zaino con le macchine fotografiche alla meglio. Mi assicuro che il telefono satellitare datomi in prestito dall’ambasciatore italiano in Uganda, il dott. Plaja, sia acceso. Tra poco potrebbe scattare la diretta con Radio 24 dall’Italia. L’ambasciatore e il suo staff: senza di loro non saremmo qui. Sono loro che han voluto caparbiamente commemorare la prima ascensione sul Rwenzori, l’impresa del Duca degli Abruzzi e della sua guida Petigax. Con le ultime energie mi sollevo sulla roccia e salgo lentamente verso la cima. Il tempo sarà cambiato mille volte da che abbiamo lasciato il rifugio Elena. Nuvole basse, alte, medie. Le coreografie di un meteorologo pazzo. Per un attimo la nebbia avvolge il tutto, brancoliamo ma le guide ugandesi conoscono la strada. Poi il sole. Le nubi si abbassano velocemente, come acque che si ritirano vorticosamente per la bassa marea. Galleggiamo su un mare lattiginoso come naufraghi su un’isola di rocce. Un cartello di legno ci ricorda che siamo sulla Cima Margherita, punto più alto del massiccio del Rwenzori, 5.109 mt di altitudine. Due millenni dopo l’intuizione di Tolomeo. È tutto un abbracciarsi per la gioia di esserci. Raggiungo Giuseppe e Martino Felicetti, colonnello degli Alpini, anche lui mio compagno d’avventure. Insieme, dalla cima, mandiamo con la mente un saluto al generale degli Alpini a riposo Antonio Vizzi che ci ha abbandonato a metà strada per problemi fisici. Riposo, seduto sulle rocce, e mi guardo intorno. Cerco di vedere il Rwenzori con gli occhi del mio più illustre predecessore, il fotografo che per primo immortalò queste cime, sorgenti montane del Nilo, dell’Omugga Kiyira nell’idioma bakonjo. Vittorio Sella si è arrampicato qui con un’attrezzatura tutt’altro che comoda, altro che reflex. Le sue lastre di vetro con l’emulsione fotografica spalmata sopra hanno immortalato questo panorama sconosciuto. Vittorio ha toccato con mano la leggenda e l’ha trasformata in storia. Discendo lungo la valle di Bujuku. Dietro ad uno dei 100 portatori che hanno reso possibile questo viaggio ai confini del mondo conosciuto. Lo fotografo cercando di dare un senso al movimento, al suo procedere sul terreno fangoso. Margherita è impressa nella memoria, per sempre. Procedo isolato dal resto del gruppo. Arrivo sempre per ultimo al campo base dove ci si ferma per la notte. La natura impagabile merita tutta la mia attenzione. Sia fotografica sia filosofica. Il mondo va trasformandosi. Il Rwenzori non è esente da questo. Dentro la tasca porto le fotocopie delle immagini di Sella ormai sgualcite. Tante volte, insieme a Giuseppe e Martino, alle guide, ho osservato il panorama confrontandolo con le immagini centenarie. La montagna resta grande, imponente e misteriosa, ma il ghiacciaio, inesorabilmente si restringe, rifugiandosi intorno a Margherita…come a cercare protezione. In cento anni si è ridotto di più della metà. Alcuni cambiamenti sono stati utili per noi. In 7 giorni di spedizione non ho quasi mai visto la pioggia. Sentita si, di notte, ma vista raramente. E pensare che per anni qui si sono impantanati i migliori esploratori del mondo. L’arrivo alla base di partenza per il trekking del Rwenzori, a Nyakalengija, è dei più festosi. La popolazione locale ci accoglie con calore e danze. Tra essi c’è un anziano portatore che conobbi alla partenza. Il primo ad aver calpestato la neve della montagna sacra. Era il 1955 e nessun bakonjo prima di lui aveva osato sfidare la montagna e i funesti presagi degli stregoni. Ci saluta con gli occhi umidi, gli italiani son tornati, oggi come 100 anni prima. Gli italiani… penso al Rwenzori con le parole di Pietro Averono, il mentore della spedizione, colui che ha messo in piedi fattivamente tutto questo. Un giorno al telefono dell’ambasciata l’ho sentito raccontare che sul Rwenzori resistono gli ultimi nomi italiani in terra d’Africa. Senza gli italiani, il Rwenzori sarebbe sconosciuto, il Nilo nascerebbe dal nulla e noi… noi non avremmo fatto questi quattro passi in Paradiso.

Dopo Cento Anni un Petigax sul Rwenzori, by Antonio Vizzi (In Italian)

Esattamente dopo cento anni, Giuseppe Petigax, guida alpina di Courmayeur, pronipote di Joseph, che, a capo delle guide, accompagnò il Duca degli Abruzzi, nel 1906, alla conquista del Rwenzori, è tornato sulle orme dell’illustre antenato. Della delegazione valdostana facevano parte il capitano degli alpini, Martino Felicetti, in rappresentanza del Centro Addestramento Alpino, e lo scrivente. Il gruppo, all’arrivo in Uganda, si è rinforzato di Massimo View Details 

10th June 2006 Fort Portal: The Historical Ashers Run

Early morning meeting point at the National Theatre in Kampala. The official Rwenzori expedition bus departs, together with other three buses full of ashers. The common appointment is the party in Fort Portal in the afternoon. This has been an historical event, whereby hundreds people from all over Fort Portal subcounties and through the main streets met for the commemorative running to welcome the centenary expedition. The day concluded with the reception at the Tooro kingdom royal palace, where music and story tellers entertained the guests.

11th June 2006 Kasese: The warm welcome of the Rwenzururu Kingdom

Along the Kasese road, entering the Kasese District, the expedition party was received by a number of common people and representatives, holding the banner for the welcome of the centenary celebrations. The people of Kasese participated in huge number to this event which they feel is rooted into their own history. The party was received by local authorities from Kasese Town and District, the kingdom of Ruenzururu, Uganda Wildlife Authority, Rwenzori Mountaineering Services and their guides. Everybody were gathering at the royal assemblee in Kasese town. Among the oldest guests, there were some of the descendants of the porters who participated to the expedition of the Duke in 1906.

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18th June 2006: Hundred years ago the Duke, today the commemorating team climbed the Margherita Peak.

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Photos from Craig Richard Canadian Photographer:

His field research in the Rwenzori during 2005 became the material for the anthropological exhibition “The people of the Moon” in 2006 and some of the photos were published in the book released for the occasion.

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