DOPO CENTO ANNI UN PETIGAX SUL RWENZORI

DOPO CENTO ANNI UN PETIGAX SUL  RWENZORI – Con lui un ufficiale del Centro Addestramento Alpino

Esattamente dopo cento anni, Giuseppe Petigax, guida alpina di Courmayeur, pronipote di Joseph, che, a capo delle guide, accompagnò il Duca degli Abruzzi, nel 1906, alla conquista del Rwenzori, è tornato sulle orme dell’illustre antenato. Della delegazione valdostana facevano parte il capitano degli alpini, Martino Felicetti, in rappresentanza del Centro Addestramento Alpino, e lo scrivente. Il gruppo, all’arrivo in Uganda, si è rinforzato di Massimo Bassano, fotoreporter di La Repubblica, e dello svedese Thomas Gumbricht (un ricercatore che sta monitorando il ritiro dei ghiacciai sui Monti della Luna, grazie ai rilevamenti satellitari della Terra), per costituire il “Gruppo Ufficiale Ambasciata” di scalatori per il centenario.

Il nutrito programma di eventi per il “Rwenzori-Abruzzi Centenary Celebrations” è stato, infatti, organizzato dall’Ambasciata d’Italia in Uganda, che ha sede nella capitale Kampala. L’ambasciatore, dottor  Umberto Plaja, coadiuvato dal 1° segretario, dottor Pietro Tombaccini, e dall’insostituibile funzionario, signor Pietro Averono, residente di lungo corso a Kampala, in collaborazione con enti ugandesi, si è prodigato per la felice riuscita delle manifestazioni. Tutte le attività celebrative hanno avuto il loro culmine nell’ascensione alla Punta Margherita, di quota 5109 metri, avvenuta il 17 scorso, alle ore 11, dopo quattro ore di salita dalla capanna Elena, a quota 4505 metri. In vetta, a distanza di cento anni, uno stupefatto Giuseppe Petigax con il capitano Felicetti e il giornalista Bassano, insieme a tre ugandesi (Herbert Miiro dell’Uganda Mountain Club, Raphael Okello del New Vision e Steven Kaliska della WBS Tv). Proprio un secolo prima il top del Rwenzori era stato toccato per la prima volta dal Principe Luigi Amedeo, Duca degli Asbruzzi, accompagnato dalla fedele guida valdostana Giuseppe Petigax, che dopo l’esperienza polare, lo seguirà anche nel tentativo di scalata al K2. Che i Monti della Luna ci fossero lo si sapeva da molti secoli. Qualcuno era anche riuscito a scorgerne le vette innevate con un po’ d’incredulità in quanto non si riteneva possibile che montagne prossime all’equatore potessero esserlo.  Il Re delle Nuvole, come in gergo locale viene definito, è un’esteso gruppo montuoso lungo oltre 120 chilometri e largo 70, con un’estensione pari a circa un terzo della Valle d’Aosta, a 320 km circa ad ovest di Kampala, proprio al confine con la Repubblica Democratica  del Congo. La mitica Società Gegrafica Britannica, sbigottita per l’eccezionale perfomance del Principe, con un classico piglio anglosassone, invitò il giovane Savoia a Londra per ascoltarne le prodezze sia alpinistiche che di carattere scientifico, ossia gli stessi importanti risultati che saranno, nel 1908, riportati su un volume stampato dall’Hoepli e scritto da Filippo De Filippi, dal titolo “Il Rwenzori: viaggio di spedizione e prime ascensioni”.

Il Corriere della Valle ha già fornito ai suoi lettori numerose notizie della storica impresa. Limitiamoci, quindi, a seguire la cronaca attuale. Possiamo, quindi, affermare che si è ripetuto un evento straordinario: una guida alpina valdostana, pronipote di Joseph, capo delle guide, e nipote del portatore Laurent, ha ripercorso lo stesso itinerario di salita  seguito dal Duca. La spedizione ufficiale, insieme a dodici ugandesi, si è presentata al via il 13 giugno e dopo l’organizzazione dei portatori e delle guide (tutti o quasi di etnia bakonjo, la stessa che favorì il Duca nella sua mitica impresa, oggi alla ricerca di un riconoscimento internazionale come popolo autoctono dei Monti della Luna), si è inoltrata nel Parco del Rwenzori sulle orme del Duca degli Abruzzi. Si è trattato di una carovana di circa cento individui che si sono snodati nella lussureggiante vegetazione equatoriale. Già dopo la prima tappa, da Ibanda, a quota 1500 metri, fino a a Nyabitaba, a quota 2650 metri, l’internazionale convoglio, si è arricchito di altri cinque alpinisti italiani (tra i quali Paola, la moglie del giornalista del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonese), in rappresentanza del CNR, supportati da altre guide e portatori locali. Il via era avvenuto alle 10 del 13 dalla sede del RMS – Rwenzori Mountaineering Services –, che vanta 67 guide e 986 portatori, posta ai margini orientali del parco. Il percorso della prima tappa si è immediatamente rivelato molto faticoso per lo sviluppo ondulato e per l’intenso calore del cocente sole africano. Tuttavia, la foresta di giganteschi banani ha creato un paesaggio surreale. Gli alpinisti hanno lasciato il villaggio tra due ali di folla, sopraggiunta da ogni parte, che voleva festeggiare i protagonisti dello storico evento. Il giorno dopo, il 14, il numeroso e variegato gruppo di alpinisti ha affrontato una tappa fondamentale per salire a quota

3505 metri dove si trova il rifugio Guy Yeoman. La prima parte, in  un’intricata foresta di bambù, ha messo a dura prova gli europei, non abituati a percorsi particolarmente accidentati e resi più impegnativi da continue zone umide, che facevano sprofondare nel fango ad ogni passo. Il suggerimento di calzare stivali di gomma si è dimostrato provvidenzaile per evitare di bagnarsi i piedi. Il movimento, grazie anche ai bambù e ai tronchi volutamente distribuiti lungo la traccia, è proseguito lentamente fino ad una gigantesca parete di roccia che è stata superata con lunghe scale e passerrelle di legno appositamente collocate in zona. Dai 2950 metri del fondo valle, quindi, è stata raggiunta la capanna, immersa in uno spettacolo di enormi seneci e lobelie di dimesioni impressionanti, che rendono l’ambiente spettacoloare e suggestivo. Per il “Gruppo ambasciata” però si è trattato di una breve sosta perché, subito dopo, ha proseguito fino a quota 3740 metri dove è stato allestito il bivacco, sotto un enorme tetto di  roccia protettiva. Proprio il quel posto, dove la vegetazione domina incontrastata e rigogliosa, fino a superare decisamente i quattromilametri, cento anni fa dormirono il Duca e le sue guide. L’emozione, quindi, di Giuseppe Petigax è stata evidente: riposare là dove la presenza del nonno e del bisnonno era palpabile, deve avergli creato forti emozioni. Il giorno dopo, 15 giugno, il drappello con i valdostani al seguito, ha proseguito per il colle Freshfield, a 4282 metri. Purtroppo, a malincuore lo scrivente, per problemi di stomaco e per aver trascorso la notte febbricitante, ha rinunciato, dopo la partenza, quando era a circa quattromila metri di quota, per rientrare a Ibanda con le propie gambe e non rischiare di compromettere l’esito della spedizione. Dal colle, poi, gli alpinisti di testa hanno raggiunto la capanna Kitandara a 4023 metri di quota per trascorrere la notte prima di raggiungere il rifugio Elena, a quota 4551 metri, ultima tappa da dove lanciare l’attacco finale. Dalla capanna Elena il monte Stanley, uno dei sei monti che compongono tutto il gruppo Rwenzori, si erge dominante con le sue sette punte (da sx guardando): Filippo, Elisabetta, Savoia, Elena, Moebius, Alessandra e, infine, la Margherita con i suoi poderosi 5109 metri di quota. Ed è stata proprio la Margherita ad accogliere i tre alpinisti italiani e i tre ugandesi, che dopo avere elevato nel silenzio della montagna i rispettivi inni nazionali, hanno scattato le foto di rito con le proprie bandiere, alle quali si è aggiunta quella valdostana e il guidoncino del Centro Addestramento Alpino di Aosta. Il giorno successivo la pacifica aggressione dell’uomo ha continuato a seguire le orme del Duca degli Abruzzi, il Principe che ha scoperto le origini del Nilo ed ha dato un volto ai Popoli della Luna. Il Rwenzori, il Re delle Nuvole, abituato a scaricare pioggia sei giorni su sette, per questa volta non ha mai pianto: anche lui ha voluto degnamente, e a suo modo, celebrare il suo nobile conquistatore e le guide valdostane che accompagnarono l’illustre Principe: marinaio, alpinista, esploratore, scienziato e poeta.  Come in ogni favola che si rispetti, cento anni fa, dopo secoli di reverenziale letargo, la Bella Montagna, adagiata su una coltre candida di nevi eterne, si è concessa al suo Principe Azzurro, venuto da lontano, scoprendosi dall’etereo, denso mantello e svelando i suoi segreti.

Antonio Vizzi

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